METASTASIO E CATONE IN UTICA

Relazione di Mario Valente esposta alle Giornate di Studio, Matera 28-29 Agosto, Festival Duni 2005

 

 

1. Le origini politico-letterarie del dramma

Alcuni dati biografici di Pietro Metastasio, Leo Vinci, Egidio Romualdo Duni, incrociati con le vicende sociali e politiche di Roma, Napoli e Vienna tra gli anni Venti e gli anni Quaranta del Settecento, rendono particolarmente interessanti i rinvii e i confronti tra testo letterario, intonazioni musicali, con i ruoli esercitati da questi artisti nel contesto di un’esperienza storica che, in qualche misura, orienterà il loro stesso futuro. Peraltro, il viaggio del Vinci nella storia musicale e politica del secolo termina prematuramente a Napoli nel 1730, dove il compositore muore a circa quarant’anni, avvelenato, pare, da un marito geloso.
Alla luce dei rinvii, rapporti e connessioni tra testi poetici e musicali, da una parte, e destinazione e ruolo di questi nelle vicende storico-politiche degli anni Venti del Settecento, dall’altra, la rappresentazione del Catone in Utica assume un senso e un significato emblematici riguardo alla funzione sociale assegnata in generale al melodramma nella sua epoca e, nell’occasione, assunta dal dramma di Metastasio, messo in scena la prima volta nel 1728.
Metastasio, dunque, tornato a Roma dopo i successi napoletani e veneziani, compone Catone in Utica nella seconda metà del 1727, impegnandosi a consegnare il libretto per l’intonazione di Leo Vinci entro la prima decade del gennaio 1728. Il poeta, infatti, condivide insieme al compositore napoletano e alla cantante Marianna Benti Bulgarelli, la gestione artistica del Teatro delle Dame.
Metastasio e Leo Vinci mantengono virtuosamente gli impegni presi con la proprietà del teatro: il 13 Gennaio Catone in Utica viene rappresentato nel più grande e famoso teatro privato di Roma, già proprietà del conte Giacomo d’Alibert.
Il musicista, dopo avere contribuito nel 1724 con il Farnace di Antonio Maria Lucchini alle fortune del teatro, chiamatovi dal suo protettore, Giacomo III re della Gran Brettagna - (in realtà questi è solo il pretendente al trono inglese dopo la sconfitta e la cacciata della dinastia Stuart, cattolica, e l’avvento dei protestanti Orange) -, non solo mette in musica, nel 1726, a Venezia il fortunatissimo Siroe di Metastasio (con Marianna Benti Bulgarelli interprete nella parte di Emira), ma lo stesso anno, a Roma, dà una nuova intonazione a Didone abbandonata.
Il dramma, dopo la prima rappresentazione a Napoli con le musiche del Sarro, la seconda a Reggio Emilia con l’intonazione del Porpora, la terza a Venezia con le musiche dell’Albinoni, viene condotto con quelle del Vinci a straordinario successo il carnevale 1726 nel rinnovato ex teatro Alibert, ormai Teatro delle Dame, tanto da far scrivere al dotto gesuita Giulio Cesare Cordara: “Il popolo dimenticò per allora i pregiudizi del Gravina, che si dicevano passati nel suo figliolo adottivo, ed assordito dall’incanto dell’opera non pensò all’autore. Ogni scena fu un continuo batter di mani”.
Leo Vinci, quindi, pone le basi affinché il poeta in Arcadia Artino Corasio, alias Pietro Metastasio, possa esordire al Teatro delle Dame con un nuovo dramma appositamente composto per rinnovare ed accrescere, nello stesso teatro, il clamoroso successo di Didone abbandonata. D’altro canto, il compositore è bene accetto proprio all’Alibert che ha mantenuto la protezione dello Stuart anche con la nuova proprietà, emanazione pressoché diretta degli ambienti filo-gesuiti.
In occasione della prima rappresentazione di Catone in Utica la tragica fine dell’eroe repubblicano, scritta da Metastasio nel rispetto della verità degli eventi storici, provoca sconcerto e la contestazione di una parte degli spettatori. Il poeta ha inteso rendere un omaggio postumo proprio a quel Gravina i cui “pregiudizi” – come il “dotto” gesuita Cordara ha ricordato a proposito dell’accoglienza entusiastica per Didone abbandonata – sono costati al discepolo nel 1719 il trasferimento a Napoli in cerca di “miglior fortuna”. L’omaggio e al tempo stesso la sfida consistono nel recupero e nella rievocazione dell’elegia La morte di Catone , che offre forti analogie rispetto al dramma, sia per la scelta del tema sia nel taglio etico-politico. L’elegia, composta in età giovanile da Metastasio in terza rima dantesca, sotto la diretta influenza del maestro, è espressione della concezione che questi aveva della tragedia e del tragico come fondative ispirazioni di moralità.
Con il Catone in Utica, Metastasio ritiene così di rendere giustizia al maestro, dopo essersi messo al sicuro – egli crede – non solo per il successo del 1726 conseguito alle Dame dalla sua Didone , ma anche a seguito dell’esecuzione dell’oratorio Per la festività del SS. Natale, nella cui seconda parte ha esaltato la spiritualità di papa Benedetto XIII, rassicurando le figure della Fede e della Speranza con la visione provvidenziale e profetica dell’Amor divino, con i cui versi Metastasio rappresenta la dedizione alla Chiesa del suo papa, il domenicano Orsini:

FEDE, So che sempre il governo /Del commesso naviglio a man fedele/ Passar dovrà dal condottier primiero./ SPERANZA, Oh qual ordine io spero/ Di successori illustri, /Somiglianti nell’opre al gran nocchiero!/ AMOR DIVINO Ma fra quanti saranno/ All’ardua cura eletti,/ Uno il Ciel ne darà che sia verace/ D’umiltà, d’innocenza esempio al mondo./ Questi, l’ore defraudando a’ suoi riposi,/ Or suderà ne’tempii, o al vero Nume/ Sacrando are novelle, o al puro fonte/ L’altrui macchie lavando; or di sua mano/ Imprimerà nell’alme/ I caratteri sacri; ed in ogni opra/ Fia de’ riti divini/ Rigido osservator. Tanto la terra/ L’ammirerà, che il benedetto nome/ Sarà speme agli afflitti,/ A’ rei spavento e riverenza a’ regi.

Oltre a tessere l’elogio spirituale di Benedetto XIII, Metastasio provvede anche a celebrarne la politica sia riguardo all’esecuzione a Palazzo della Cancelleria dell’oratorio, i primi giorni del Gennaio 1728, sia per la rappresentazione di Catone in Utica, pochi giorni dopo. All’esecuzione dell’oratorio, infatti, per consiglio del cardinale Ottoboni, è invitata, ospite d’onore, Violante di Baviera. La principessa di Toscana è in visita ufficiale a Roma. Ella, imparentata con gli Asburgo, intende trattare con la Chiesa e con il cardinale Coscia il destino di Firenze, dopo l’estinzione della dinastia dei Medici, vassalli del papato. La stampa del libretto di Catone in Utica, per la messa in scena al Teatro delle Dame, reca la dedica di Metastasio proprio alla stessa Violante di Baviera. La presenza quindi della nobildonna all’esecuzione dell’oratorio e la dedica rivoltale dal poeta possono anche essere interpretati come una sorta di rinnovato segnale di Metastasio a Vienna, dove fin dai tempi giovanili, egli spera di “trovare asilo”.
Nonostante il poeta si sia messo sotto la protezione di Violante di Baviera, abbia reso omaggio al papa e alla sua politica di buoni rapporti con l’Impero, deve comunque assistere agli sfoghi e al sarcasmo che una parte del pubblico rivolge al dramma nel vedere Catone morire in scena.
Sulla statua di Pasquino appare l’irridente invito alla Compagnia della Buona Morte “a dar sepoltura al cadavere giacente nel teatro d’Aliberti detto comunemente delle Dame”, mentre, durante le repliche del dramma, sul parapetto dell’orchestra, viene lasciato un cartello con i versi:

Metastasio crudel, tu ci hai ridotto
Tutti gli eroi del Tebro in un condotto.

Francesco Algarotti , in rapporto epistolare con Metastasio per lungo tempo, suo grande ammiratore, sempre disponibile ad accogliere suggerimenti e consigli del Poeta Cesareo per i suoi componimenti poetici, a proposito della tragica conclusione del Catone in Utica e della prima intonazione del Vinci, scrive nell’Epistola a Fillide:

Dover di Vinci in sui bemolle or ora/ Con lunghi trilli e florida cadenza/ Sua Morte gorgheggiar Porzio Catone.

Le pasquinate, fuori e dentro il teatro, rivelano paradossalmente, proprio con il rifiuto dello scioglimento tragico dell’azione drammatica, il conseguimento da parte del poeta della finalità dell’opera, e la ragione, sempre da lui manifestata fino ad età avanzata, della particolare predilezione per il suo Catone.
Difatti, è la libertà morale e politica il tema centrale del dramma, coerentemente sviluppato pur entro le manifestazioni di affetti e legami d’amore rappresentati dalle coppie Cesare-Marzia, Fulvio-Emilia, mentre la figura di Arbace - (nella storia, Iuba, re dei Numidi) – è qui depotenziata rispetto alla minacciosa figura di Iarba, re dei Mori (il finto Arbace in Didone abbandonata), rimanendo in bilico – quasi figura di un mondo barbarico ormai spinto ad integrarsi nella civiltà romana – tra la conquista del cuore di Marzia, l’alleanza con Catone, e l’accettazione del potere della Roma di Cesare .
La riuscita drammatica impressa dal poeta nel Catone, motivo dell’affetto sempiterno di Metastasio per la sua creatura, è nel serrato procedere di avvenimenti e movimenti cui egli sottopone le iniziative di incontro e contrasti tra i personaggi, primi fra tutti quelli tra Catone e Cesare. Ed è al dittatore che Metastasio fa pronunziare nel II Atto, sc.10, la sentenza politica – premonitrice nei riguardi delle critiche condizioni in cui versa lo Stato della Chiesa – con cui Cesare cerca di arginare lo sdegno repubblicano della “fiera alma” di Catone, attraverso un confronto dialettico, condotto senza un attimo di tregua, tra opposte teorie del potere:

CESARE E’ necessario a Roma
Che un sol comandi.
CATONE E’ necessario a lei
Ch’egualmente ciascun comandi e serva.
CESARE E la pubblica cura
Tu credi più sicura in mano a tanti,
Discordi negli affetti e ne’ pareri?
Meglio il voler d’un solo
Regola sempre altrui. Solo fra’ numi
Giove il tutto dal ciel governa e move.
CATONE Dov’è costui che rassomigli a Giove?
Io non lo veggo; e se vi fosse ancora,
Diverrebbe tiranno in un momento.
CESARE Chi non ne soffre un sol, ne soffre cento.
[sottolineatura nostra]
CATONE Così parla un nemico
Della patria e del giusto. Intesi assai:
Basta così. (s’alza

Nel contrasto tra Catone e Cesare, rimane certo un’ambiguità tra l’urgenza di risolvere nell’immediato i problemi effettuali della politica e la prospettiva dell’edificazione di uno Stato e di un governo delle cose umane improntati al giusto. A tale proposito, basta ricordare un’ altra famosa allocuzione politica di Metastasio nell’Adriano in Siria (Vienna, 1732), in cui l’imperatore di fronte al “barbaro” Osroa che rifiuta dopo la sconfitta l’integrazione, rivendica l’autorità civile e politica di Roma, informata alla giustizia del diritto:

ADRIANO Siam del giusto custodi. Al giusto serve
Chi compagni ci vuol, non serve a noi:
Ma la giustizia è tirannia per voi.
OSROA E chi di lei vi fece
Interpreti e custodi? Avete forse
Ne’ celesti congressi
Parte co’ numi? o siete i numi istessi?

Tra le due teorie del Politico, quella, più vicina alle simpatie del poeta, sembra espressa da Catone quando l’Uticense osserva: “…egualmente ciascun comandi e serva”. La teoria della sostanziale parità di obblighi e diritti, egualmente ripartita tra sudditi e sovrani è più volte ripresa, e in vario modo rielaborata da Metastasio nei drammi viennesi, volti a connotare la funzione di servizio del sovrano, nonché la solitudine, prima fra tutti dell’amato Carlo VI, alieno dal perseguire la privata e personale felicità rispetto al bene pubblico, e, non a caso, il potere come servizio è proposto, dopo il Temistocle, dall’Attilio Regolo, l’altro melodramma ispirato alla storia romana nel quale l’adattamento alle “ragioni” degli affetti e della poesia cede volentieri il campo al tema etico-politico, maggiormente… a cuore al poeta.
Siamo così di fronte, in Catone, all’esplicita manifestazione di una duplice soluzione per il Politico – con la singolare ripresa dell’Adriano in Siria, sia tematica sia nel linguaggio poetico, dramma che lo stesso poeta definì, identificandosi nel personaggio dell’imperatore, in una lettera famosa a Marianna Benti Bulgarelli, come espressione rivelatrice della sua intima natura, estremamente dubbiosa e incerta –, come se il poeta avvertisse in anticipo tutti i rischi dell’assolutismo illuminato, equanime e paternalistico, inaugurato dagli Asburgo, eredi della Suprema romana autorità, e non riuscendo nella dura realtà dei rapporti politici di forza a trovare alcuna risposta credibile in favore di un’alternativa collegiale del potere, fosse come costretto (da profondo desiderio) a richiamare in vita le figure della Roma repubblicana, custodi integerrime delle libertà civili e politiche, quasi assegnando ad Osroa il ruolo e il pensiero di Catone.


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C. RIZZARDINI (disegno) - G. DALA (incisione), frontespizio del Catone in Utica

 

M. DUMONT, pianta del Teatro delle Dame, 1760-61

 

G. BUSATO (disegno) - A. VIVIANI (incisione), frontespizio del Siroe

 

G. BUSATO (disegno) - A. VIVIANI (incisione), frontespizio dell'Adriano in Siria

 

G. BUSATO (disegno) - A. VIVIANI (incisione), frontespizio dell'Ezio

 

G. BUSATO (disegno) - A. VIVIANI (incisione), frontespizio di Semiramide riconosciuta

         

 

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